giovedì 27 settembre 2012

L’Himalaya: La Dimora Della Neve


Il sole ardeva in uno sconfinato cielo azzurro, e il mare di vette innevate si stagliava nitido nella limpida aria cristallina… Primordiali, intangibili. Alte nel cielo, di una bellezza perfetta.”. Nelle parole dello scalatore inglese Joe Simpson si riflettono la grandiosità e il senso di purezza che fanno dell’Himalaya (la dimora della neve) uno dei più maestosi luoghi della terra.

Salire sull’altopiano himalayano è come penetrare in un mondo concepito su scala gigantesca, dove picchi immani, quali l’Everest, il Nanga Parbat e il Kanchejunga, incombono dal cielo. E’ una terra impregnata di religione e di mito, la sede degli dei nella tradizione indù e in quella buddista. Dietro la grande barriera di queste montagne si celano le favolose città lungo la Via della Seta; Samarcanda. Buhara, Kashgar e Kotan. L’Himalaya evoca ancora l’immagine di un mondo perduto, non toccato dal progresso, dimora di asceti solitari e dello yeti, l’abominevole uomo delle nevi che si dice viva nei suoi recessi più nascosti.

In nessun altro continente vi sono montagne come queste: nel cuore dell’Asia, sei grandissimi sistemi montuosi si intrecciano, descrivendo un’ampia curva lungo la base del subcontinente indiano. Il più grande è l’Himalaya, che si estende verso ovest nella fredda piramide bianca del Namcha Barwa, nelle foreste settentrionali dell’Assam, lungo il margine dell’altopiano tibetano, attraverso il Bhutan e il Sikkim, il Nepal e il Ladakh, per finire in bellezza con il grande bastione occidentale, il Nanga Parbat.
L’Himalaya stesso è composto da tre catene approssimativamente parallele, la più elevata delle quali è il Grande Himalaya, con i due giganti dell’Everest e del Kanchenjunga. Ma il nome ‘Himalaya’ è usato anche per altre catene montuose della regione, come il Gangdise Shan o Kailas, che si stende subito dietro il Grande Himalaya.

I nomi delle montagne rispecchiano il timore reverenziale che esse hanno sempre suscitato, fin da quando occhi umani vi si posano per la prima volta: Chomo Lari, ‘Dea della montagna sacra’; Nanda Devi, ‘Dea Nanda’; Annapurna, ‘Dea del cibo’. L’Everest a cui gli inglesi diedero il nome di un alto funzionario dell’amministrazione coloniale, è chiamato dai Tibetani Chomo Lungma, ‘Dea madre della terra’.
Secondo i più antichi testi indù, questo è Devabhumi, il paese degli dei. Qui, sul Gaurishankar, vivevano Shankar e la sua sposa Gauri, meglio noti come il grande dio Shiva e la sua sposa Durga o Mahadevi. Shiva, membro della suprema triade divina, nella mitologia indù primitiva era il signore dell’agricoltura, e abitava sull’Himalaya, da dove nascono le grandi arterie vitali dell’India, l’Indo, il Brahmaputra e il Gange.

Se l’Himalaya è la sede del paradiso di Indra, è anche il paradiso degli alpinisti, che sempre, ma specialmente nel nostro secolo, sono stati attratti dalla colossale catena montuosa. Nel 1852 si scoprì che il Picco XV era il più alto del mondo. Per gli indiani era Sagarmatha, la “cima del Paradiso”, per gli occidentali il monte Everest: la sfida suprema con i suoi 8872m sopra il livello del mare. Il 29 maggio 1953, il sogno della conquista dell’Everest divenne realtà, per merito dell’alpinista neozelandese Edmund Hillary e dello sherpa Tenzing Norkay, membri di una squadra inglese.

All’estremità occidentale dell’Himalaya, pone difficoltà estreme la scalata del Nanga Parbat, un massiccio che si erge quasi a perpendicolo dal letto dell’Indo fino a 8125m sul livello del mare. Delle tre ampie pareti che culminano nella sua cima rocciosa, una, il versante Rupal, precipita per 4500m, ed è forse il più alto strapiombo del mondo.
In sanscrito Nanga Parbat significa “Montagna nuda”, ma gli abitanti delle sue pendici occidentali lo chiamano Diamir, “Re delle montagne”. La prima impressione che se ne riceve è sconvolgente. Nelle strade che conducono ai suoi piedi, attraverso le vallate boscose del Kashmir, fiancheggiate da ripide colline e cascate, nulla predispone il viaggiatore al momento in cui improvvisamente la visuale si allarga e il cielo è riempito dalla sua massa colossale costellata di ghiacciai scintillanti.

Un altro segreto che l’Himalaya custodisce gelosamente da molto tempo è quello dello yeti, che si dice viva nei suoi recessi più remoti. Non esiste alcuna fotografia attendibile della creatura, sebbene molti pretendano di aver visto lo yeti e le sue impronte. Lo scalatore inglese Don Whillans, per esempio, sostiene di aver intravisto alla luce della luna uno strano essere che camminava sulla neve con ‘andatura scimmiesca’. La gente del posto crede così fermamente all’esistenza dello yeti, che alcuni sherpa per precauzione portano con se uno speciale ‘legno dello yeti’, il cui odore dovrebbe essere repellente per la creatura.
Negli anni ’50, il governo nepalese giunse a dichiarare reato l’uccisione o il contrabbando fuori dal paese di uno yeti. Finora però, nessuno è riuscito a infrangere la legge. Forse, come credono i Tibetani, lo yeti è uno spirito maligno (‘abominevole uomo delle nevi’ è una traduzione errata del tibetano ‘demone della neve’).
Ma i grandi picchi non svelano i loro misteri. Gli dei del ghiaccio levano le loro corone splendenti verso il cielo, e rimangono un mondo splendido ma irraggiungibile, noto a pochi. Perché, come dice un antico testo indù: “Come la rugiada sotto il sole, così ogni cosa vile svanisce alla vista dell’eternamente pura Dimora della Neve”.

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